In Bosnia l’oasi sociale per i profughi della rotta balcanica
In Bosnia l’oasi sociale per i profughi della rotta balcanica

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«Non so quanto è durato il viaggio dall’Iran fino a qui, mi ricordo che abbiamo viaggiato tanto a piedi. Prima – ti spiega la ragazzina in giacca a vento arancione – abbiamo passato del tempo in Turchia». Adesso sorseggia una tazza di tè sulla scalinata in cemento che porta al “Social corner”, inaugurato pochi giorni fa al “campo di ricezione temporanea” di Usivak, a una ventina di chilometri da Sarajevo.

È stato il nunzio apostolico Luigi Pezzuto a inaugurarlo perché il prefabbricato, montato alla sommità di una preesistente area spettacoli ad anfiteatro, è stato acquistato grazie a una donazione di papa Francesco in occasione della recente Giornata mondiale del migrante. Questa è «l’ultima tappa del percorso migratorio, prima di entrare in Europa. Quindi, è di vitale importanza sostenere la speranza di queste famiglie con bambini e minori non accompagnati in un futuro migliore», spiega l’arcivescovo Pezzuto. Una scelta certo non casuale il campo di Usivak. Fino al 2018 la rotta balcanica non transitava da qui: più conveniente – quando nel 2015 iniziò la grande ondata di profughi – entrare in Croazia o in Ungheria, le prime frontiere dell’Ue, direttamente dalla Serbia. Da un paio d’anni i violenti respingimenti delle polizie di frontiera hanno riversato decine di migliaia di profughi in Bosnia Erzegovina, totalmente impreparata a questa emergenza.

Il campo di Usivak è gestito dall’Organizzazione delle migrazioni (Onu) grazie a fondi Ue mentre le autorità locali «di fatto si sono rifiutate di organizzare una politica migratoria lasciando le agenzie umanitarie senza reali interlocutori», spiega Daniele Bombardi coordinatore di Caritas Italiana nei Balcani. Una emergenza inaspettata per un Paese da cui tradizionalmente si emigrava, e con numeri importanti: si stima siano stati 35mila i transiti nel 2019 in Bosnia, mentre lo scorso agosto i campi con una capienza di 5mila posti accoglievano oltre 6.300 persone e altre 4mila dormivano per strada. Uomini soli, famiglie con bambini e anche minori non accompagnati – il più piccolo a Usivak ha solo 10 anni e viene dall’Afghanistan – che aspettano solo il momento buono per varcare la frontiera. «Vogliamo andare in Germania perché lì ci sono i miei nonni paterni. Invece la mia sorella più grande è rimasta in Iran con i nonni materni», ti spiega la piccola iraniana. Anche lei tenterà il “game” come lo chiamano tutti, il passaggio alla frontiera. Gli uomini soli provano ad avventurarsi sulle montagne in cerca di un valico, ma a rischio delle percosse, o peggio, della polizia di frontiera, che su molti di loro ha già lasciato profonde cicatrici. Le famiglie, con tariffe che vanno dai 3mila euro in su, si affidano ai “passeur” che, di confine in confine, hanno già prosciugato il piccolo capitale realizzato spesso vendendo casa.

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Argomenti: Mappamondo Migranti
Tag: Bosnia migranti Onu rotta balcanica
Fonte: Avvenire