Card. Parolin: tra Santa Sede e Cina dialogo che parte da molto lontano
Card. Parolin: tra Santa Sede e Cina dialogo che parte da molto lontano

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«Oggi, in Cina, pur con tutti i suoi problemi e le sue difficoltà, la Chiesa cattolica c’è. Malgrado tanti travagli e tanti limiti, nella sostanza più profonda, la sfida è stata superata. Dopo la partenza degli ultimi missionari nel 1954 non è nata in Cina una Chiesa del silenzio. Non è infatti una Chiesa del silenzio quella che, tra tanti ostacoli, continua ad annunciare il Vangelo. Negli ultimi settant’anni, molte battaglie difficili sono state perse e, talvolta, sono state perse anche battaglie che si sarebbero potute vincere se ci fosse stata un po’ più di buona volontà. Ma è stata vinta la battaglia più importante: fidem servare. Così il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, al convegno organizzato a Milano sul tema «Un’altra Cina. Tempo di crisi, tempo di cambiamento» che celebra i 150 anni di presenza dei missionari del Pontificio istituto missioni estere (Pime) in Cina.

Ed è un puntuale excursus storico quello del segretario di Stato per comprendere la presenza missionaria in Cina tra passato e presente e anche il cammino del dialogo fino ad oggi tra Santa Sede e Cina che ha avuto una tappa importante con la lettera apostolica Maximum Illud di Benedetto XV, pensata specificamente per la situazione cinese. «Questa lettera – ha affermato Parolin rivolgendosi ai missionari del Pime – sollecitò tutto il mondo missionario ad un ripensamento profondo che, per quanto riguarda la Cina, trovò un interprete coraggioso in Celso Costantini, primo delegato apostolico in questo Paese che realizzò nel 1924 a Shanghai quel Sinodo cinese auspicato dai missionari del Pime già a fine Ottocento. Furono infatti proprio due missionari del Pime, anticipando gli orientamenti della Maximum a proporre di mandare un “legato pontificio residente” nella capitale per stabilire rapporti diplomatici col governo cinese. E tra le questioni sollevate da Costantini «c’erano – ha spiegato Parolin – l’“occidentalismo” dei missionari, che comprendeva anche i legami con le potenze europee; l’azione di “snazionalizzare” dei cattolici locali; le carenze nella formazione e nella promozione del clero autoctono; la scarsa penetrazione nella società locale e la scarsa conoscenza della sua cultura da parte dei missionari».
Sarebbe stato opportuno, ha detto ancora il segretario di Stato «fare come gli apostoli: non impiantare se stessi nelle diverse situazioni, ma fondare la Chiesa locale. Era un programma coraggioso e innovativo, su quella linea che da Benedetto XV porta a papa Francesco, rivolta più al futuro che al presente, più alla Chiesa che deve crescere in Cina che ai contenziosi ecclesiastici di ieri e di oggi, più all’annuncio del Vangelo in questo grande Paese che alle regole o ai metodi ereditati dal passato».

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Argomenti: Santa Sede
Tag: Cina diplomazia missionari Pietro Parolin Pime
Fonte: Avvenire