Migranti. Dal Cara alla “discarica” dei diritti. Il cammino degli sfruttati di Calabria
Migranti. Dal Cara alla “discarica” dei diritti. Il cammino degli sfruttati di Calabria

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Strada statale 106 jonica. Località Sant’Anna, all’altezza dell’aeroporto, poco prima di Isola di Capo Rizzuto. Sono passate da poco le 19. Una lunga fila di immigrati cammina sul margine della strada. Sono decine, probabilmente più di cento. In gran parte africani subsahariani, ma anche bengalesi. Sono usciti dall’enorme Cara, il centro che attualmente ne ospita poco meno di mille. Alla spicciolata e in piccoli gruppi. Qualcuno in bicicletta, in gran parte a piedi.

Portano uno zainetto, qualcuno ha borsoni e buste. Accade tutte le sere. Li abbiamo visti anche sotto la pioggia che tre settimane fa ha colpito questa area col Medicane, la tempesta di tipo tropicale che dopo aver sfiorato la Calabria (180 millimetri di pioggia e 4mila fulmini) ha devastato la Grecia. Pioggia o non pioggia, in cento e più, ogni sera gli immigrati, richiedenti asilo, si mettono in cammino. La destinazione sono alcuni capannoni abbandonati.

Dovevano essere il “consorzio del legno”, prometteva ben 236 posti di lavoro. Fondi pubblici, 50 milioni di euro. Posa della prima pietra in pompa magna nel dicembre 2003, ma non ha mai prodotto un centimetro di legno. L’11 novembre 2006 i capannoni, mai terminati, sono stati sequestrati nell’operazione “Wood line”, truffe e loschi affari con la ’ndrangheta, in particolare col clan Arena, potentissima famiglia di Isola di Capo Rizzuto, col coinvolgimento di imprenditori e dirigenti del Comune. Da allora sono rimasti vuoti, scheletri di cemento, simbolo dell’ennesimo spreco e degli ennesimi affari mafiosi, con complicità politiche e imprenditoriali. I primi a usarli sono stati proprio gli immigrati. Ma come “alloggio”, indegno e disumano.

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Argomenti: Migranti
Tag: Calabria caporalato migranti sfruttamento
Fonte: Avvenire