A Napoli un Giubileo per don Dolindo «il nulla di Dio» a 50 anni dalla morte
A Napoli un Giubileo per don Dolindo «il nulla di Dio» a 50 anni dalla morte

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Una vita caratterizzata da preghiera, penitenza ed umiltà, grazie alla quale ha convertito i cuori di tanti. A cinquanta anni dalla morte, che ricorre il 19 novembre, per il servo di Dio don Dolindo Ruotolo, a Napoli, sta per iniziare l’anno giubilare.

Alla sua tomba, custodita nella parrocchia di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes, nel centro cittadino, libri con invocazioni, preghiere, grazie ricevute. Qui una processione di fedeli che “bussano” quotidianamente per tre volte (segno trinitario), pregando con tanta fede, per ricevere grazie spirituali e materiali attraverso la sua intercessione, poiché egli scrisse: «quando verrai alla mia tomba tu bussa. Anche dalla tomba io risponderò: confida in Dio». «È importante la preghiera e la sua intensità – chiarisce subito don Pasquale Rea “custode” e parroco da venti anni della memoria del sacerdote – qui ci sono folle di pellegrini che si radunano: al di là di quante volte si bussa».

Don Dolindo Ruotolo nacque a Napoli il 6 ottobre 1882. Don Pasquale sintetizza in tre binomi la vita del sacerdote, terziario francescano, chiamato così in maniera profetica, perché Dolindo significa proprio dolore. La sofferenza, alle volte, è la via tracciata per arrivare a Dio: dolore, persecuzioni, afflizioni, malattie. Di queste prove la vita di don Dolindo Ruotolo (1882-1970) ne è stata sempre piena. «Sofferenza/amore, il primo binomio – dice don Pasquale – poi umiltà/rispetto e povertà/dignità».

Il dolore, infatti, si presentò presto nella sua vita: a undici mesi un’operazione chirurgica sul dorso delle mani, la fame perenne e le scarse disponibilità economiche, le punizioni del padre che lo chiudeva in una stanza buia, le mortificazioni continue «ma che – aggiunge il parroco don Pasquale – affrontava nella volontà del Signore e nell’amore verso Gesù in cui confidava pienamente». Don Dolindo era solito ripetere: «Gesù mi abbandono in Te, pensaci Tu! Non voglio agitarmi, mio Dio, confido in Te».

«Poi – prosegue don Pasquale – il rispetto verso tutti: anche per i bambini, che accoglieva con tenerezza di padre e con umiltà: era un uomo che ha vissuto una vita sempre stando un passo indietro». Ma quello che emerge di più è la grande dignità con cui ha affrontato una vita di povertà: «non accettava nessun obolo per la Messa, vestiva in maniera sobria e indossava una talare consunta per vivere in semplicità e di provvidenza».

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Argomenti: Chiesa in Italia
Tag: Napoli sacerdote testimoni
Fonte: Avvenire