La risposta delle Caritas alla seconda ondata della “pandemia sociale”
La risposta delle Caritas alla seconda ondata della “pandemia sociale”

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La seconda ondata della pandemia da Covid-19 non ha trovato impreparate le Caritas diocesane di tutta Italia. In zona rossa, arancione o gialla, l’esperienza del primo lockdown ha permesso di fronteggiare la nuova emergenza sociale, dovuta alle chiusure e alla perdita del lavoro per alcune categorie. Le iniziative erano già state collaudate in primavera, con l’azione di circa 62.000 volontari, anche se molti in età più avanzata devono restare a casa per cautela. Ci si è espressi in maniera creativa, nei modi più diversi: “messaggi in bottiglia” o kit anti-solitudine da consegnare agli anziani, alle persone sole e ai senza dimora; Covid hotel dove trascorrere la quarantena; raccolte di alimenti porta a porta per portare sorrisi e un po’ di festa, nel rispetto delle normative. E tante raccolte fondi diocesane da destinare a chi è più in difficoltà o agli studenti costretti alla didattica a distanza che subiscono gli effetti del digital divide. Le donazioni e la solidarietà, arrivati a livelli straordinari nel primo lockdown, hanno avuto un calo fisiologico ma rimangono ancora consistenti. Continua però il trend dei nuovi poveri che bussano alle porte dei centri di ascolto. Persone che non si erano mai rivolte prima alla Caritas o che sono tornate dopo anni. I dati ufficiali di questi ultimi mesi non sono ancora disponibili. Rimangono come riferimento quelli dell’ultimo report di Caritas italiana, “Gli anticorpi della solidarietà”, presentato a metà ottobre: a maggio-settembre 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, l’incidenza di “nuovi poveri” è passata dal 31% al 45%: quasi una persona su due si rivolge alla Caritas per la prima volta. Famiglie con minori, donne, giovani, moltissimi italiani. Bussano alle porte delle Caritas le partite Iva, chi fa lavori precari, chi non riesce ad acquistare il cibo se deve pagare l’affitto di casa e le bollette. E si percepisce un disagio diffuso di tipo psicologico: stanchezza, depressione, rabbia, dovuti all’isolamento e all’ennesima sfida da affrontare. Ecco cosa ci hanno raccontato alcune Caritas diocesane.

A Brescia una “esplosione di solidarietà”. A Brescia la Caritas ora sa che le persone senza fissa dimora vanno ospitate 24 ore al giorno, per assisterle nel miglior modo possibile. Le linee di ascolto telefonico per chi si sente solo o ha bisogno di aiuto sono sempre attive e massima cautela viene usata per evitare contagi ai volontari e agli assistiti. Nel primo lockdown la Caritas diocesana si è vista sommersa da un aumento del 30% delle richieste (scesa al 20% a settembre) ma anche ad una “esplosione folle” di solidarietà da parte delle imprese e dei singoli. Rispetto allo scorso anno, ad esempio, tra aprile e maggio 2020 hanno ricevuto +838% di prodotti da forno. “C’è stata una straordinaria mobilitazione– spiega Marco Danesi, vicedirettore di Caritas Brescia – sia in termini di diversificazione di beni, sia riguardo alle quantità”. Anche in questo periodo non si ha difficoltà a reperire risorse: la diocesi ha lanciato un Fondo di solidarietà per le persone con difficoltà lavorative. Un giornale locale ha lanciato “Aiutiamo Brescia” e ha raccolto ben 17 milioni di euro da destinare a sanità e sociale. Alla Caritas sono andati 300.000 euro, confluiti in Ti.Conto Salute. Certo, tante iniziative programmate hanno dovuto subire uno stop. Come la cena natalizia per 500 persone cucinata da 9 chef stellati. Il 16 dicembre non si potrà fare e sarà rinviata a data migliore.

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Argomenti: Solidarietà
Tag: Caritas Coronavirus pandemia povertà
Fonte: SIR