Foibe, storia di Silvio: dall’esodo alla vita da profugo
Foibe, storia di Silvio: dall’esodo alla vita da profugo

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«Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo». Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, domenica al Quirinale, in occasione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle Foibe. «Esistono ancora piccole sacche di deprecabile negazionismo militante» ha detto il Capo dello Stato, aggiungendo che «oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza, che si nutrono spesso della mancata conoscenza della storia e dei suoi eventi».
Su Pola, coperta da una coltre di neve, soffiava un vento gelido e triste. Da giorni l’unico rumore che riempiva le strade era il rimbombo sinistro dei martelli: prima di abbandonare la città, si inchiodavano le assi per farne bagagli, e per sigillare porte e finestre nell’assurda speranza di proteggere le case. «Era il 2 febbraio del 1947, mamma e papà misero in un cesto mio fratello Giancarlo di soli tre mesi e tutti ci avviammo verso il porto, dove la nave “Toscana” ci attendeva per quello che sarebbe stato il nostro ultimo viaggio da istriani e il primo da profughi ». Silvio Zulle, classe 1940, tiene in mano l’immagine di quel preciso istante: «Questo che stringe la cartella sotto il braccio sono io a sei anni, il mio fratellino maggiore è quello dietro mia mamma, e nella cesta non si vede ma sotto le coperte c’è Giancarlo».

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Argomenti: Storie
Tag: Foibe memoria storia
Fonte: Avvenire