Lanciano. Detenuti pasticceri in carcere: ecco come il lavoro aiuta a reinsersi
Lanciano. Detenuti pasticceri in carcere: ecco come il lavoro aiuta a reinsersi

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«Ci vedono solo come criminali, come mostri. Ma quello che facciamo qui se lo mangiano in tutto il mondo». Raffaele è un padre di 43 anni. Con una mano si sistema gli occhiali sul naso, con l’altra stringe una ciotola che trabocca di mandorle calde: emanano un profumo buono di zucchero e caramello: «Assaggi, sentirà che buone! Da questo laboratorio escono solo cose di qualità».

Il posto da cui «escono solo cose di qualità» è una stanza sterilizzata, di un biancore asettico. Si trova tra le celle del carcere di Lanciano (Chieti), dove Raffaele è recluso da due anni, da quando è stato condannato al regime di alta sicurezza previsto per reati associativi e di criminalità organizzata. Ed è sempre qui che lavora part-time, insieme ad altri 8 detenuti. Sono tutti dipendenti della D’Orsogna Dolciaria, storica ditta che sorge a pochi chilometri dal casello della A14; una specie di tempio sacro del buon cibo che, nell’immaginario di tanti, continua a essere quel gioiello a conduzione famigliare intrecciato alla storia di San Vito Chietino.

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Argomenti: Giustizia
Tag: carcere detenuti Lavoro storie
Fonte: Avvenire