Grecia. “Noi ginecologhe tra le rifugiate di Moria, tra violenze e aborti spontanei”
Grecia. “Noi ginecologhe tra le rifugiate di Moria, tra violenze e aborti spontanei”

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Resistenti e con una pazienza infinita: non hanno altra scelta che essere così le donne del campo di Moria, la tendopoli da 20mila persone che sorge ormai da anni tra gli ulivi dell’isola greca di Lesbo. Fuori da uno dei due ingressi di questo centro di identificazione UE, conosciuto per le estreme condizioni di vita, si trova una clinica riservata a loro. “Queste donne hanno perduto la propria casa, la sicurezza, il proprio paese e spesso anche la famiglia: tutto ciò che hanno è il loro corpo, l’unica forma di identità che resta” spiega Isabel Rueda, giovane coordinatrice di Rowing Together (cioè “remare insieme”), una Ong spagnola che gestisce il centro di assistenza ginecologica e di ostetricia. “Diversi problemi medici che vediamo qui, dolori cronici, un ciclo fermo da 7-8 mesi, hanno origine psicologica. A volte non possiamo fare altro che ascoltare quello che hanno da dire. E spiegare alle pazienti che è normale che i problemi dell’anima si ripercuotano sul loro corpo”.

Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, uno staff di cinque operatori sanitari fornisce cure ginecologiche a una quarantina di donne soprattutto afghane, ma anche siriane e di diversi paesi africani.

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Argomenti: Mappamondo
Tag: donne Grecia migranti profughi
Fonte: Avvenire