Coronavirus in Siria: in campo anche il progetto “Ospedali aperti”
Coronavirus in Siria: in campo anche il progetto “Ospedali aperti”

Condividi:

Entrata nel suo decimo anno di guerra, la Siria si trova adesso ad affrontare anche lo spettro del Coronavirus Covid-19. Con oltre 500mila morti, milioni di sfollati, infrastrutture al collasso e, quel che più conta, con scontri ancora in corso a Idlib, nel nord-ovest, il rischio di una pandemia è più che mai reale. Nelle scorse settimane scorse il regime del presidente di Bashar al Assad aveva smentito la presenza di contagi salvo fare dietro front quando il ministero della Salute, Nizar Yazaji, ha diffuso la notizia del primo decesso da coronavirus. A partire dal 12 marzo il Governo ha emanato tutta una serie di misure per contenere il virus: posticipate a maggio le elezioni, chiusi i confini, riduzione del pubblico impiego e del trasporto pubblico, chiuse scuole, università, moschee, chiese, e anche negozi, cinema e ristoranti per evitare assembramenti. Fino ad arrivare all’introduzione del coprifuoco dalle 18 della sera alle 6 del mattino. Solo le persone autorizzate possono uscire e tra queste ovviamente i medici e gli operatori sanitari. Misure che sembrano, per ora, arginare la pandemia: al 2 aprile, i casi confermati sono saliti a 16 e due i morti. Ancora di ieri la notizia, diffusa dall’agenzia Sana, della messa in quarantena della città di Mnin, (governatorato di Damasco) dove una donna è morta per coronavirus.

La denuncia dell’Oms. La stessa agenzia riporta anche le dichiarazioni di Neamt Said Abd, rappresentante in Siria dell’Oms, Organizzazione mondiale della Sanità, che ha auspicato la fine delle sanzioni perché danneggiano anche il sistema sanitario e affermato che la Siria è solo all’inizio della curva ascendente della diffusione del virus, per cui resta necessaria la misura del distanziamento sociale. Anche per questo motivo  le Autorità hanno esteso il coprifuoco, oggi e domani, da mezzogiorno alle 6 del mattino. L’Oms già nei giorni scorsi aveva avvertito che “l’emergere del virus nei Paesi con sistemi sanitari fragili come Siria e Libia è particolarmente preoccupante. Preoccupa anche la carenza di kit per i test di laboratorio e di attrezzature protettive per gli operatori sanitari. Le restrizioni di viaggio e la chiusura delle frontiere ostacolano la capacità dell’Oms di fornire competenze tecniche e forniture urgenti a questi e ad altri paesi”. In Siria, riporta l’Oms, “più di 9 anni di guerra hanno avuto un forte impatto sulla capacità del settore sanitario che può contare solo sul 50% degli ospedali pubblici e sul 47% dei centri sanitari di salute pubblica. Migliaia di medici e operatori sanitari sono fuggiti dal paese a causa del conflitto”. Secondo l’Oms, “un focolaio di Covid-19 nel Governatorato di Idlib dove si combatte, oggi l’area meno preparata in Siria per affrontare una pandemia potrebbe avere un impatto devastante sulle centinaia di migliaia di persone sfollate internamente che vivono in campi sovraffollati e per questo altamente sensibili alle malattie infettive”.

“Ospedali Aperti” in campo. In questo sistema sanitario al collasso chi cerca di farsi trovare pronto ad un focolaio di Covid-19 sono i tre nosocomi del progetto “Ospedali aperti”, voluto dal card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, con Avsi, per assicurare l’accesso gratuito alle cure mediche ai siriani poveri, attraverso il potenziamento di tre ospedali cattolici non profit: l’Ospedale Italiano e l’Ospedale Francese a Damasco, e l’Ospedale St. Louis ad Aleppo. Il Progetto, dal 2017 ad oggi, ha fornito oltre 33700 trattamenti a persone vulnerabili. E si punta, Covid-19 permettendo, a quota 50mila trattamenti per la fine dell’anno. Avsi sta avviando una partnership con due dispensari di Damasco per ampliare l’offerta delle prestazioni mediche.

Continua a leggere

Argomenti: Chiesa nel mondo
Tag: Mario Zenari ospedali Siria
Fonte: SIR