Cremona. Don Lucini: «Paura, ma tra quelle barelle nessuno è morto solo»
Cremona. Don Lucini: «Paura, ma tra quelle barelle nessuno è morto solo»

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Il tono è quello di sempre, pacato, misurato e riflessivo, ma le parole fanno capire quanto occhi e mente siano pieni di immagini forti. Don Maurizio Lucini, incaricato per la diocesi di Cremona della Pastorale della salute, è l’assistente spirituale del reparto infettivi (oltre che di pediatria e dell’hospice) dell’Ospedale Maggiore, dove era il 21 febbraio, giorno in cui si sono verificati i primi casi di Covid. Anche lui è stato colpito dal virus e dopo una quarantena non facile, da giovedì scorso, è ritornato a svolgere il suo incarico di cappellano nel nosocomio.

Con quale stato d’animo si era trovato ad affrontare i primi giorni di diffusione del virus?
Provavo smarrimento come tutti perché è stato uno tzunami. Venerdì 21 è giunta la notizia del focolaio a Codogno. Ho pensato che ‘nel tempo di uno starnuto’ sarebbe arrivata l’ondata a Cremona. E così è stato. Ero in ospedale. Sono cominciate ad arrivare ambulanze che hanno riempito il Pronto soccorso. Poi il primo caso in pneumologia e da lì non c’è stato più fine. Come cappellano, assieme a due altri sacerdoti e al personale sanitario, ci siamo sentiti la terra tremare sotto i piedi.

È entrato negli infettivi?
Sono entrato con i debiti presidi di sicurezza personale, ma non ovunque si poteva accedere. I reparti venivano chiusi, stravolta l’organizzazione di altri. Il Pronto soccorso era una distesa di barelle ovunque. Alcune persone all’esterno dell’ospedale mi chiedevano di rintracciare i loro cari all’interno. Ad una signora ho potuto far fare una videochiamata con i nipoti per tranquillizzarla.

Quale immagine le è rimasta impressa?
Gli occhi delle persone, l’unica parte visibile al di là delle maschere. Occhi degli ammalati e occhi degli operatori. Occhi che chiedono aiuto, occhi pieni di paura, occhi che chiedono una preghiera, occhi pieni anche di riconoscenza. Un signore mi ha detto: «Se lei entra nella mia stanza e sta lì fermo, anche senza dire niente io sono contento». La figura del sacerdote è un segno di speranza.

Ci sono parole che possono aiutare anziani, giovani, mamme, che valgano per la molteplicità di categorie colpite dal Covid?
Non c’è una parola per tutti. Nel tempo, con l’esperienza, ho imparato che c’è quella parola che nasce nel momento in cui c’è l’incontro, quella parola che si costruisce insieme tra malato ed accompagnatore. Le parole devono sgorgare quasi come una sorta di ricamo che si fa insieme.

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Argomenti: Chiesa in Italia
Tag: Coronavirus Cremona ospedali sacerdoti
Fonte: Avvenire