Papa Francesco alle PPOOMM. Missione è comunicare un Altro, non se stessi
Papa Francesco alle PPOOMM. Missione è comunicare un Altro, non se stessi

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«Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate come “discorsi” usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori… Ricevere la gioia dello Spirito è una grazia. Ed è l’unica forza che possiamo avere per predicare il Vangelo, per confessare la fede nel Signore».

Così papa Francesco nel Messaggio pubblicato oggi e indirizzato alle Pontificie Opere Missionarie, in occasione della Solennità dell’Ascensione del Signore. Un documento denso e puntuale che il Vescovo di Roma ha voluto riproporre per andare dritti al cuore del dinamismo missionario che fa muovere la Chiesa. Nelle pagine del nuovo testo magisteriale il Papa aiuta a puntare lo sguardo sul mistero più intimo della missione della Chiesa: il fatto di essere «opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni».

E proprio attingendo a quella sorgente, suggerisce anche quali sono gli anticorpi per superare insidie, tentazioni e vere patologie che possono aggredire organismi e realtà ecclesiali, quando invece di farsi docili all’operare dello Spirito Santo trasformano perfino le parole della missione in «“discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori».

I tratti distintivi della missione

Lo Spirito Santo – rimarca il Papa, ritornando alle parole-chiave già messe a fuoco nell’Evangelii Gaudium – trasmette all’autentica missione della Chiesa dei tratti genetici che «rendono l’annuncio del Vangelo e la confessione delle fede cristiana un’altra cosa rispetto ad ogni proselitismo politico o culturale, psicologico o religioso». Citando Benedetto XVI, il Pontefice regnante ricorda che la Chiesa cresce per attrattiva e non per proselitismo, perché solo «la gioia che traspare in coloro che sono attirati da Cristo e dal suo Spirito» può rendere feconda ogni iniziativa missionaria. E ricorda che il mettersi “in stato di missione” è sempre un riflesso della gratitudine per il dono ricevuto, e non «una specie di “obbligo contrattuale” dei battezzati». Chi cammina con Gesù si assimila alla sua mitezza e umiltà di cuore, perché «la felicità e la salvezza non sono un nostro possesso, un traguardo raggiunto per meriti nostri», e «mai si può pensare di servire la missione della Chiesa esercitando arroganza come singoli e attraverso gli apparati». Chi annuncia Gesù con la sua vita, lo segue anche sulla via della pazienza con cui lui «accompagnava sempre con misericordia i passi di crescita delle persone» senza «aggiungere pesi inutili», senza «imporre cammini di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore dona con facilità». Il Papa indica tra i tratti genetici della missione cristiana anche la predilezione per i piccoli e i poveri. Ricorda che Gesù ha incontrato i suoi primi discepoli mentre erano intenti al loro lavoro: «Non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione», per ripetere che alla missione non serve «creare mondi paralleli, o «costruire bolle mediatiche in cui far riecheggiare i propri slogan». E ripete anche che il Popolo di Dio «ha una specie di fiuto», il sensus fidei, per cogliere e riconoscere l’operare dello Spirito Santo.

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Argomenti: Santa Sede
Tag: missioni Papa Francesco
Fonte: Avvenire