Caporalato. Calabria, braccianti schiavizzati e chiamati “scimmie”
Caporalato. Calabria, braccianti schiavizzati e chiamati “scimmie”

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Chiamati “scimmie” e trattati come schiavi, ai quali addirittura davano da bere l’acqua dei canali. Erano più di duecento o braccianti immigrati sfruttati da caporali e imprenditori, tra la Calabria e la Basilicata. Pakistani e africani, prelevati anche dai Cas (vietato) pagati 80 centesimi a cassetta di agrumi o 10 euro al giorno. Meno peggio le donne dell’Europa dell’Est costrette a raccogliere fragole per 28 euro al giorno. Cifre dalle quali venivano detratte le spese per il trasporto e il vitto. Condizioni disumane, completa illegalità, il tutto realizzato da gruppi organizzati, capaci anche di gestire traffici illeciti di immigrati e perfino matrimoni combinati, seguiti dopo pochi giorni da separazioni e divorzi, per ottenere il permesso di soggiorno. È quanto ha scoperto l’operazione “Demetra” della Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Cosenza, coordinata dalla Procura di Castrovillari. Una delle più vaste compiute in Italia: 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere38 ordinanze di arresti domiciliari e 8 ordinanze di sottoposizione all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria; sequestro preventivo di 14 aziende agricole, 12 ubicate in provincia di Matera e 2 in provincia di Cosenza, per un valore stimato di quasi 8 milioni di euro, e di 20 automezzi utilizzati per il trasporto dei braccianti. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (cosiddetto “caporalato”) ed al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

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Argomenti: Lavoro
Tag: braccianti Calabria caporalato Cosenza Guardia di finanza
Fonte: Avvenire