Santuario in Burundi: il sangue dei martiri per la riconciliazione
Santuario in Burundi: il sangue dei martiri per la riconciliazione

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Edouard Nkeshimana è un prete sulla quarantina ben portata. Aveva 20 anni nel 1997, quando accaddero gli eventi; è uno dei pochi sopravvissuti alla strage di 40 seminaristi e quattro altre persone, chiamati ormai “martiri della fraternità del Burundi”.

Edouard mi accompagna nella visita nel luogo dell’eccidio, oggi tornato ad essere Seminario a tempo pieno, per circa 250 giovani e giovanissimi. Siamo a Buta, nel sud del Paese, vicino a Bururi, nella cui diocesi si trova il santuario. Nella grande foresta di Buta si scorgono delle decorose case per i pellegrini, un monastero maschile e uno femminile, dei locali agricoli, altri edifici di servizio. E il luogo della sepoltura, un’ariosa costruzione a grandi vetrate, dominata da un affresco a piena parete che rappresenta tutti i martiri attorno a un Cristo nero.

All’esterno una duplice scritta: Abapfiriye Umuvukano e Martyres de la fraternité, in burundese e francese, le due lingue del Paese. Dinanzi alle vetrate, le tombe dei morti, allineati in due file di bassi sarcofagi rivestite di mattonelle bianche, ognuno con una croce dipinta di rosso, con i dati del morto. Semplicità assoluta, quasi banalità. Il santuario è stato costruito appena qualche mese dopo l’eccidio.

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Argomenti: Chiesa nel mondo
Tag: Burundi martiri
Fonte: Avvenire