Pandemia sociale. In fila a Torino… per mangiare
Pandemia sociale. In fila a Torino… per mangiare

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Il colpo d’occhio è impressionante: le file ordinate, come si conviene ad una città nota per il suo rigore. Sono dappertutto: per mangiare, per dormire, per contare su un ascolto non distratto. E poi fuori dai negozi, al Banco dei pegni. La sferza di Covid-19 ha colpito Torino duramente. Lo fa ancora, anche se l’emergenza sanitaria sembra finita. La chiusura delle fabbriche e il serrarsi in casa hanno fermato la pandemia, ma hanno infiammato la povertà. Chi non lavora e non ha risorse, semplicemente non mangia. E qui sono in molti. Così come – per fortuna – sono in molti a darsi da fare per contrastare tutto questo. La città dei santi sociali, del lavoro, della solidarietà, s’è messa in moto da subito.

Basta poco per capire la crisi. Nello scorso marzo i buoni spesa statali per circa 4 milioni e 252mila euro, messi a disposizione attraverso il Comune, sono andati esauriti in poche ore e hanno aiutato 11.705 famiglie. Nuovi poveri, spesso. Circa metà delle famiglie aiutate hanno “componenti in età produttiva”.

L’Ires (che si occupa delle ricerche economiche e sociali in Piemonte), certifica che oltre la metà dei nuclei familiari con reddito e pensione di cittadinanza si trova proprio nel Torinese (37.367 su 61.762). E indica un aumento della fascia di popolazione in crisi. A provarlo sono anche le domande del cosiddetto Rem (Reddito di Emergenza). Uno degli indicatori più significativi della crisi (anche in prospettiva), è il ricorso alla cassa integrazione, con il Piemonte tra le regioni ai primi posti in Italia. Solo quella in deroga tocca già 92mila persone e 22,6 milioni di ore di lavoro. L’intreccio perverso tra crisi economica, disagio sociale e povertà trova proprio qui di che alimentarsi. Ma c’è anche il bene.

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Argomenti: Società
Tag: Coronavirus povertà solidarietà Torino
Fonte: Avvenire