Migranti. La denuncia del Centro Astalli: “In Libia si muore”
Migranti. La denuncia del Centro Astalli: “In Libia si muore”

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Tre migranti sudanesi sono stati uccisi dalla guardia costiera libica durante una sparatoria la scorsa notte a Khums, est di Tripoli, durante le operazioni di sbarco. Erano stati intercettati in mare e riportati a terra, per essere nuovamente destinati ai centri di detenzione da cui cercavano di fuggire. E’ solo l’ultimo evento di questa ennesima estate calda sul fronte sbarchi, con le solite polemiche sui migranti. Sullo sfondo l’emergenza Covid-19 non ancora del tutto risolta. Inoltre un centinaio di migranti sono fuggiti – e poi rintracciati – dalla tensostruttura a Porto Empedocle, perciò il ministro Luciana Lamorgese ha deciso di inviare l’esercito e cercare una nuova nave-quarantena. Ne abbiamo parlato con padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli di Roma, il servizio dei gesuiti in aiuto ai richiedenti asilo e rifugiati.

Padre Camillo Ripamonti

Tre migranti uccisi durante una sparatoria in Libia dopo essere stati intercettati dalla guardia costiera libica. Qual è la sua reazione?

Questo fatto grave dimostra che la Libia non è un porto sicuro. Riportare le persone in una situazione di instabilità conduce anche alla morte.

Continuare a finanziare la Guardia costiera libica non ci dà la possibilità di verificare se la loro azione è in linea con il rispetto dei diritti umani.

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Argomenti: Migranti
Tag: Camillo Ripamonti Centro Astalli Libia
Fonte: SIR