Il racconto di un infermiere siriano. «Così torturavano nel reparto segreto»
Il racconto di un infermiere siriano. «Così torturavano nel reparto segreto»

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Esiste un pronto soccorso “alternativo” ed è un dipartimento segreto nei sotterranei del Tishreen Military Hospital a Damasco, il più grande ospedale militare della Siria. Viene attivato solo in casi speciali come arresti massicci o rivolte, come quella nel carcere di Sednaya nel 2008: prigionieri morti o feriti, nascosti o seviziati sottoterra, sotto il controllo dei servizi segreti militari. Ad aprire il reparto era Abu Mayer, un infermiere militare che ad Avvenire racconta l’efferatezza delle repressioni con cui il regime ha risposto alle prime proteste già nel marzo 2011, denunciando la «sistematicità» delle torture e degli arresti arbitrari, oggetto negli ultimi anni di denunce e procedimenti giudiziari per violazione dei diritti umani e crimini guerra in Europa e Stati Uniti.

L’ultimo a Coblenza, in Germania, è il primo processo penale al mondo contro membri del regime. Abu Mayer non è un testimone davanti ai giudici tedeschi ma in altre inchieste internazionali e conosce il coraggio di chi ha deciso di denunciare perché ha vissuto quei fatti dal lato dei carnefici. Capo del dipartimento “Soccorso ed emergenza” della polizia militare, originario di Deir Ezzor, nella struttura di 4mila dipendenti l’infermiere rispondeva direttamente al solo direttore. «Il 9 aprile 2011, alle 3 di notte, sono stati portati 107 martiri e 87 feriti. Questi sono stati torturati in modo crudele.

Nel primo giorno ne sono morti tre. Uno si chiamava Mohamed Hassan Hazobi, 81 anni. Ho protestato molto, così sono stato trasferito e poi licenziato». Abu Mayer ha lavorato negli ospedali dell’opposizione, pubblici, prima di fuggire in Europa. «All’inizio i militari riconsegnavano i cadaveri ai parenti. Poi hanno smesso di farlo. Ci obbligavano a compilare certificati con un numero, la data, la morte per «arresto cardiaco» o «difficoltà respiratorie », ed avevamo i documenti ma non i cadaveri – racconta –. Cifre enormi. Ogni giorno un furgone frigo raccoglieva i corpi, faceva il giro, usciva dall’ospedale di Harasta, passava da noi, al 601, da al-Khatib e altri centri militari e poi lì rientrava. Era tutto top secret.

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Argomenti: Mappamondo
Tag: Damasco Siria violenza
Fonte: Avvenire