Amnesty International. Ecco le nuove prove: sui migranti in Libia “abusi di Stato”
Amnesty International. Ecco le nuove prove: sui migranti in Libia “abusi di Stato”

Condividi:

Neanche chi dalla Libia vorrebbe andarsene viene lasciato in pace. Ogni essere umano dalla pelle scura è una potenziale fonte di arricchimento, oltre che un’arma di pressione sui governi europei, che da anni cedono al ricatto delle milizie libiche. Prendete Ahmed, che vicino Tripoli aveva aveva un alloggio e un lavoro. Ci era arrivato nel 2017 per stare alla larga dai fanatici di al-Shabaab in Somalia. “Una notte alle 3 del mattino alcuni criminali sono entrati in casa nostra. Hanno picchiato mia moglie. Ho reagito. Mi hanno pugnalato a una gamba e hanno detto: “Se ti muovi, le spariamo”. Ci hanno rapiti e ci hanno portati in un hangar”. Per liberarli hanno chiesto “20 mila dollari a persona. C’erano 16 o 17 prigionieri nell’hangar: Somalia, Eritrea, Etiopia. Siamo rimasti circa 15 giorni. Ci picchiavano. Quando arrivi ti spogliano, picchiano gli uomini e violentano le donne. Dopo due settimane, ho colto un’occasione e sono scappato”.

Tra maggio e settembre 2020, Amnesty International ha raccolto informazioni sulle condizioni di detenzione in almeno 13 luoghi di detenzione in tutta la Libia. Tra di loro c’erano sei centri di detenzione Dcim, il Dipartimento del governo per l’immigrazione illegale. Il contenuto dell’investigazione è riportato in un nuovo rapporto intitolato “Tra la vita e la morte” (VAI AL DOCUMENTO), pubblicato un giorno dopo l’annuncio, da parte della Commissione europea, del suo nuovo “Patto sull’immigrazione”, che si basa su una ancora più stretta cooperazione con gli stati esterni all’Unione europea per controllare i flussi migratori.

Nell’ultimo dossier di Amnesty International non ci sono solo le testimonianze dalle prigioni clandestine, soprattutto ci sono le prove raccolte sul campo e che inchiodano le autorità ufficiali. Investigazioni condotte incrociando i dati: “Dopo aver ottenuto gli screenshot dai prigionieri che mostravano la loro posizione in tempo reale su Google Maps, Amnesty International ha esaminato le immagini satellitari delle coordinate Gps e ha identificato la posizione nella città di al Zawiyah, 45 km a ovest di Tripoli, con una forte presenza di veicoli militari”. Una fonte indipendente ha confermato che il luogo individuato quale prigione “è il quartier generale delle forze di supporto di al Zawiyah. Alcuni internati sono riusciti a sfuggire poche settimane fa e hanno confermato le acquisizioni: “Venivano tenuti in condizioni orribili senza cibo o acqua potabile a sufficienza e picchiati regolarmente. I loro rapitori hanno chiesto chiesero un riscatto di 6.000 dinari libici”, circa 4mila euro.

Continua a leggere

Argomenti: Mappamondo
Tag: Amnesty Libia migranti
Fonte: Avvenire