“Mi chiamavano Don Covid, ma mi chiedevano una preghiera insieme”
“Mi chiamavano Don Covid, ma mi chiedevano una preghiera insieme”

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Ricoverato in ospedale per questo coronavirus, mi permetto di raccontarmi.
Sono entrato in ospedale di Pordenone, reparto Covid 19 il 10 novembre. Il reparto era già sovrappopolato. Eravamo a un picco dell’epidemia anche nelle nostre zone. Prendo posto di un letto a mezzanotte; il silenzio regnava nel reparto, solo qualche lamento o tenue invocazione di aiuto accompagnava la notte. Ho occupato il mio letto tentando almeno di riposare, perché dormire era impossibile.
Accanto al mio letto c’era un malato che prolungava da giorni la sua agonia mentre nell’altro letto gli infermieri avevano steso quel paravento che indicava un altro decesso del resto frequenti in questo reparto.
Non è stata certo una buona accoglienza. Ho pensato tra me, da credente e non da sventurato: sono in buona compagnia.

È triste!
I morti da Covid non hanno chi li accompagni in quell’ultimo e breve tratto verso la morte,
non una mano che stringa e riscaldi la sua mano, neppure un sguardo che lasci trapelare le lacrime del distacco.

Ma mi son chiesto: può un Padre, il Creatore che ti ha accompagnato fin qui non esserti accanto e non consegnarti l’ultima calda e tenera carezza, la carezza del Padre?
E mi son sentito non più estraneo a questi miei fratelli e mi son fatto padre, madre, fratello, sorella.

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Argomenti: Società
Tag: Coronavirus ospedali pandemia sacerdote
Fonte: SIR