Presidi e pedagogisti: «Dad, anche un’occasione per innovare»
Presidi e pedagogisti: «Dad, anche un’occasione per innovare»

Condividi:

«Adesso il rischio è di buttare il bambino con l’acqua sporca». Sintetizza così, il presidente dell’Indire, Giovanni Biondi, il dibattito sulla didattica a distanza, che vede, da un lato, gli studenti “occupare” simbolicamente i cortili e gli ingressi delle scuole, chiedendone la riapertura, sostenuti da comitati e associazioni di genitori e, dall’altro, altri alunni e famiglie che, invece, antepongono la sicurezza e il timore dei contagi alla ripresa delle lezioni in presenza. Così, mentre un’indagine di Ipsos per Sos Villaggi dei bambini dice che «9 studenti su 10 sarebbero entusiasti di ripartire», un sondaggio di Skuola.net tra gli alunni delle superiori, svela, invece, che per «4 su 5 è giusto prolungare le chiusure», anche se temono gli «effetti collaterali della Dad». E ancora. Mentre il comitato Priorità alla scuola chiede «la scuola in presenza», perché «la prolungata chiusura mina i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza», lanciando un appello in tal senso al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sottoscritto, tra gli altri, dall’economista Tito Boeri, dal pedagogista Daniele Novara, dallo scrittore Bruno Tognolini e dalla psicologa Silvia Vegetti Finzi, in Campania nasce l’associazione dei genitori “sì Dad”, per difendere i propri figli da possibili contagi in classe e sui mezzi pubblici.
In mezzo, come sempre, c’è la politica che, con il governo schierato per la riapertura e 17 Regioni su 20 che, invece, hanno deciso di tenere chiuso, non contribuisce a fare chiarezza e a rassicurare i cittadini.
«Chiederò ristori formativi», annuncia la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina. «Ma la scuola non è un’attività economica», ricorda il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, sottolineando che «mentre è più facile provvedere ai ristori di natura economica, è molto più difficile prevedere dei “ristori” per gli studenti che stanno subendo dei ritardi nella loro preparazione e dei danni nella loro crescita intellettuale, psicologica e relazionale: questo è il vero problema». E la segretaria generale della Cisl Scuola, Maddalena Gissi, avverte: «Sarebbe bene non continuare in una discussione sulla scuola condotta per prese di posizione astratte, cioè disancorate da una valutazione del reale fabbisogno che solo ogni singolo istituto può direttamente e concretamente rilevare».
Insomma, il nodo si ingarbuglia sempre più e la mancanza di chiarezza alimenta il timore di Biondi che, alla fine, di questa esperienza rimanga poco o nulla. Nemmeno gli aspetti positivi, che pure ci sono.
«Le tecnologie applicate alla didattica permettono attività di collaborazione importanti tra gli alunni e con gli insegnanti», rilancia il presidente dell’Istituto che ha come obiettivo l’innovazione della scuola italiana. «Oggi in rete si trova di tutto e un uso intelligente di queste risorse potrebbe cambiare davvero la metodologia didattica», spiega Biondi. Invece, fin dal primo lockdown, «abbiamo sbagliato tutto», riproponendo, a distanza, la scuola in presenza. Un errore che rischiamo di pagare molto caro, perché, dopo quasi un anno di applicazione, «la Dad ora è vissuta come un male» da studenti e famiglie, che «non ne possono più».
Per il presidente dell’Indire è stato sbagliato l’approccio. Durante l’estate, «anziché acquistare i banchi singoli», si sarebbe dovuto «investire sulla formazione digitale degli insegnanti», perché «era chiaro che, al primo segnale di recrudescenza della pandemia, le scuole sarebbero state chiuse di nuovo».

Continua a leggere

Argomenti: Scuola / Università
Tag: didattica a distanza educazione giovani lockdown pandemia
Fonte: Avvenire