Il contributo delle religioni agli obiettivi di sostenibilità
Il contributo delle religioni agli obiettivi di sostenibilità

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L’articolo di padre Jaime Tatay S.I. è un estratto di un intervento più ampio pubblicato nel numero 4094 (16 gennaio/6 febbraio 2021) di ‘La Civiltà Cattolica’

Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS), fissati nel 2015 nell’Agenda 2030, sono il risultato di un lungo processo deliberativo e riflettono un ampio consenso internazionale sulle grandi sfide che l’umanità deve affrontare nel XXI secolo. È chiaro che scienziati, economisti, tecnici, politici, sociologi e persino i militari hanno fin troppi motivi per interessarsi agli OSS: l’inquinamento, l’alterazione dei modelli climatici, la distruzione dell’ozonosfera, il degrado del suolo, l’erosione, l’acidificazione degli oceani, la perdita della biodiversità, l’esaurimento di risorse rinnovabili e non rinnovabili, lo squilibrio dei cicli dell’azoto e del fosforo – per nominare soltanto alcuni dei principali problemi e limiti planetari segnalati dalla comunità scientifica – sono ragioni più che sufficienti per mobilitare tutte le principali componenti attive della società.

La disponibilità di acqua, la protezione nei confronti delle radiazioni ultraviolette, la sicurezza alimentare, la propagazione di malattie, la produttività agricola, la salute pubblica, il rischio finanziario, la stabilità politica, la sicurezza naturale e i flussi migratori sono questioni vitali per il futuro della civiltà. Sembrerebbero scorrelate, ma, quando sono state poste a oggetto di studio delle numerose analisi specialistiche che hanno portato alla formulazione degli OSS, sono state individuate relazioni dirette o indirette tra loro.

Tuttavia, fra gli interlocutori chiamati in causa dall’Agenda 2030 stupisce la sottovalutazione di attori globali assai influenti, come le grandi tradizioni religiose. Per alcuni ciò è ovvio, essendo essi convinti che le religioni non dovrebbero essere coinvolte in un dibattito tecnico ed estraneo alle questioni di fede. Ma per altri, l’esclusione della religione dai dibattiti sullo sviluppo e sulla sostenibilità è ingiustificata, non soltanto per le gravi implicazioni morali di simili questioni, ma anche perché è del tutto evidente che l’interlocutore confessionale non può essere lasciato da parte in un mondo in cui la stragrande maggioranza della popolazione riconduce a una tradizione spirituale la propria visione della realtà, la fonte di senso e la guida etica. Ora, per giustificare l’ingresso delle religioni nel foro interdisciplinare della sostenibilità dobbiamo prima domandarci: quali motivazioni avrebbe il loro interesse per la questione? Che cosa ne legittima l’intervento? E, soprattutto, in che cosa consiste il loro potenziale contributo?

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Argomenti: Ambiente
Tag: Agenda 2030 religioni sostenibilità sviluppo sostenibile
Fonte: Avvenire