Uno sguardo e un inchino. Così lo «scambio della pace»
Uno sguardo e un inchino. Così lo «scambio della pace»

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La comunicazione arrivata mercoledì dal Consiglio permanente della Cei, secondo cui «i vescovi hanno deciso di ripristinare, a partire da Domenica 14 febbraio, un gesto con il quale ci si scambia il dono della pace invocato da Dio durante la celebrazione eucaristica», gesto da tenersi in questa forma durante la pandemia, «volgere gli occhi per intercettare quelli del vicino e accennare un inchino», ha suscitato numerosi commenti tra sacerdoti e fedeli. Alcuni hanno fatto notare che quel tipo di gesto era già stato adottato in tante parrocchie e comunità, quindi nulla di nuovo, altri hanno manifestato apprezzamento per un ripristino ufficiale, altri ancora perplessità per una forma in cui non si ritrovano. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, presidente della Commissione episcopale per la liturgia e membro della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, spiega che «proprio perché questa modalità di scambiarsi il dono della pace si è diffusa in maniera spontanea, si voleva dare un’indicazione che portasse uniformità nelle celebrazioni e che facesse risaltare il valore del gesto rituale».

Ma anche venire incontro a un’esigenza manifestatasi là dove lo scambio della pace non è stato continuato in alcun modo, «perché se ne sente la mancanza, perché il sacerdote o chi presiede annuncia sempre il dono della pace ma poi manca quella specie di diffusione nell’assemblea attraverso un gesto». Sul senso di usare gli occhi e il movimento del capo al posto delle mani, così dice il presule: «La Cei indica una forma di scambio del dono della pace consona a questo momento straordinario, previo al ricevere l’Eucaristia, che è il culmine della celebrazione e che il Signore chiede di preparare con una riconciliazione, con un’attenzione gli uni verso gli altri, che mai come in questo tempo sembra opportuna.

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Argomenti: Cei
Tag: Cei liturgia Messa pace
Fonte: Avvenire