«Io, medico in missione nel cuore della savana»
«Io, medico in missione nel cuore della savana»

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L’emozione della chirurgia non me la dà nient’altro al mondo. Sognavo il calore dei corpi sulle mie mani, mi mancava il contatto fisico con le persone da curare. Così, dopo anni di rigetto, sono tornato». Enrico Davoli, 57 anni, chirurgo generale d’urgenza al Campus Biomedico di Roma, è appena atterrato in Africa, quell’Africa che lo aveva ammaliato fin da bambino e poi lo aveva respinto, dopo una vita diventata troppo dura anche per uno che il viaggio di nozze lo aveva fatto nella foresta tropicale del Camerun operando malati a tre ore di jeep dal primo centro medico, e che in Afghanistan mutilava giorno e notte i bambini saltati sulle mine antiuomo, ma che un giorno ha dovuto dire basta. «Si usa una vera sega, come fosse la gamba di un tavolino – racconta –, su ottanta centimetri di arto di un bambino la mina ne brucia trenta, tu vorresti salvargli il ginocchio, sai che sarebbe importante, ma il fango penetra e quei due centimetri in più ti fregano, devi tagliare più in alto… C’è un antico detto, “il medico pietoso fa la piaga puzzolente”, in Italia oggi l’abbiamo dimenticato perché questa chirurgia da noi non esiste più. Ma l’odore di carne tagliata mi ha perseguitato per anni come ricordo, non nella mente ma nelle cellule olfattive, lo sentivo ancora. E mi sono disamorato».

Ma l’amore per la medicina come missione non muore mai, cova sotto le ceneri pronto a riprendere vigore. «Folgorante è stato due anni fa l’incontro con Tiziana Bernardi, ex dirigente bancaria entrata nel consiglio di amministrazione del Campus Biomedico», l’università con ospedale sorta alle porte di Roma su un terreno donato da Alberto Sordi: «Lei, che ha lasciato il mondo della finanza per dedicarsi al monastero benedettino di Mvimwa nel centro della Tanzania, ci ha chiesto come se niente fosse, se c’era qualche chirurgo disposto ad accompagnarla in Africa con una trentina di laureandi… Un minuto e avevo deciso. Così, insieme a quei 30 studenti italiani, ho conosciuto gli 80 giovani monaci di Mvimwa, molti laureati, vera espressione dell’Ora et Labora declinato in forma moderna come motore di uno sviluppo che in piena savana non ti aspetteresti: hanno scuole, laboratori di alta tecnologia, un centro sanitario ben attrezzato grazie alla onlus “Golfini Rossi” (fondata da Tiziana, ndr) e ai numerosi volontari, medici, ingegneri, informatici, architetti, studenti e professori da lei reclutati nelle università italiane». L’obiettivo di “Golfini Rossi”, raccontato in passato anche da Avvenire, non è puntare al minimo indispensabile ma direttamente all’eccellenza. «Ad esempio, grazie a fondi Caritas il dispensario di Mvimwa è dotato di strumenti chirurgici di ultima generazione – racconta Davoli –. Persino l’ospedale cittadino non ha ancora il bisturi elettrico che invece a Mvimwa c’è. Ora sono di nuovo qui per avviare la fondazione di un Centro per la Salute della Donna e del Bambino, con speciale attenzione alla disabilità neuromotoria e alla prevenzione dei tumori femminili». I grandi nomi della comunità scientifica italiana sono già stati ingaggiati, i docenti del Politecnico di Milano hanno affidato a studenti di “Ingegneria applicata alla sanità” le tesi di laurea sulla costruzione della struttura, e Davoli stesso passerà il gennaio in Tanzania «in missione diplomatica ed epidemiologica insieme. E per dare un segnale che ci siamo ancora». Già, perché in realtà tutto era organizzato per marzo 2020, con venti studenti del Campus Biomedico che si erano già pagati il biglietto aereo, ma che la pandemia ha fermato.

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Argomenti: Mappamondo Storie
Tag: Africa medici Tanzania
Fonte: Avvenire