Libano, profughi e proteste. A Beirut lenta ricostruzione
Libano, profughi e proteste. A Beirut lenta ricostruzione

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Sahar Ammouni, 30 anni, il volto disteso da giovane madonna incorniciato dal velo rosso carminio, può guardare la Siria dalla finestra di casa, in un paesaggio dove si mescolano, in una distesa indistinta, serre, olivi, agrumeti e sfasciacarrozze. A pochi chilometri dal confine libanese con la sua patria, tra i villaggi di Abbas el Gharbi e Haissa, non ne sente la mancanza. Anche se avrebbe sperato di trovare meno diffidenza, in Libano, almeno ha trovato sicurezza, un riparo per lei, i quattro figli e il marito già torturato per sette anni nelle prigioni del governo siriano e oggi impossibilitato a eseguire qualsiasi lavoro, compreso quello nei campi, a causa di ferite psicologiche e instabilità comportamentali. «Qui non è come a Homs, da cui proveniamo. Manca la famiglia estesa e ogni luogo carico di ricordi, ma quantomeno mi affaccio e so che la mia patria è lì». Non sono giorni facili per Sahar che lavora come volontaria per alcune organizzazioni umanitarie negli insediamenti temporanei dei profughi siriani, tra cui l’italiana Operazione Colomba, a pochi chilometri dalla sua abitazione. «Il razzismo è esploso con violenza, la gente qui è esasperata dalla situazione economica e politica. Ovviamente non tutti sono uguali, non tutti scaricano le loro frustrazioni sui siriani».

Sahar è testimone di quanto accaduto più di un mese fa nel campo di Miniyeh, dove 370 persone sono state sfollate a causa di un incendio doloso che ha bruciato tutte le 80 tende e qualsiasi bene di proprietà di queste famiglie. Ciò che rimane del campo è una distesa di detriti carbonizzati. Sahar ha visto con chiarezza il diverbio da cui è stato generato tutto e ha testimoniato alle autorità e all’Agenzia per i Rifugiati: «Non c’è nulla da stupirsi. Noi siriani siamo arrivati in un Paese già duramente provato che di certo non può sopportare da solo il peso di tutti i rifugiati. Immaginate un povero che vede arrivare migliaia di ospiti a casa sua e non sa come sfamarli: questo è il Libano». La comunità siriana libanese consta di circa 800mila persone, secondo le stime ufficiali di Unhcr, ma sarebbero molte di più. «La maggior parte dei siriani qui sono lavoratori stagionali: attraversano il confine e non sono nemmeno registrati», riferisce Khaled Kabbara, responsabile locale per l’agenzia dei Rifugiati. L’esercito ha arrestato due libanesi e sei siriani coinvolti nella faida che ha dato origine all’incendio a Miniyeh: nelle loro case sono state trovate armi, munizioni, equipaggiamento militare. Ma non è la prima volta che accadono episodi simili. Nel novembre 2019, 270 famiglie avevano dovuto lasciare la città di Bcharee a causa di reazioni della popolazione locale contro la comunità, per un crimine compiuto da un singolo migrante.

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Argomenti: Mappamondo
Tag: Libano profughi ricostruzione
Fonte: Avvenire