Libano. Un Paese alle prese con un infinito guado
Libano. Un Paese alle prese con un infinito guado

Condividi:

Nella geografia pasquale di Papa Francesco, alcuni Paesi vengono descritti non nella gioia della risurrezione, ma sulla croce del Venerdì o nel sepolcro del Sabato santo.
Il Libano può essere senza dubbio classificato nel novero delle nazioni che vivono il prolungato passaggio tra la morte e la risurrezione. Un guado infinito.
Perché la situazione che si trova a vivere il popolo che abita la Terra dei cedri ha pochi eguali al mondo: vive in uno stato di disperazione diffusa, che ha fatto sprofondare il Paese in uno stato di “coma vigilato”.

E pensare che con lo scoppio della thaoura, la grande rivoluzione popolare contro la corruzione e il malgoverno, per un Paese libero dalle influenze straniere e laico nella sua natura interreligiosa e interculturale, si pensava che qualcosa dovesse finalmente cambiare.
Il 17 ottobre 2019, centinaia di migliaia di persone, al di là dell’appartenenza religiosa o politica, avevano sfidato le ire di un governo, guidato da Saad Hariri, espressione di una classe politica assetata di potere, di denari e di sopraffazioni. Il premier sunnita si dimise, sperando così di potersi mettere a capo della rivolta popolare (previsione smentita subito dai fatti), e fu sostituito da un governo guidato dal quasi sconosciuto Hassan Diab, che aveva buona volontà, ma senza peso politico in un sistema di “democrazia confessionale” rigidamente ripartito tra i partiti espressione di una religione, incapace di efficienza e trasparenza.
Nulla o quasi cambiò, fino al punto che anche Diab dovette dimettersi nell’agosto 2020, anche se formalmente è ancora in carica per sbrigare gli affari correnti, visto che il suo successore (guarda un po’, ancora Hariri) non riesce a mettere assieme una compagine governativa.

Tutto ciò per il patto di ferro istituito cinque anni addietro dal presidente maronita Michel Aoun e dal suo delfino (e marito della figlia: in Libano si ragiona ancora per tribù o famiglia o clan) con i due partiti sciiti, l’Amal del presidente del Parlamento Berri e il partito filo-iraniano degli Hezbollah, del leader Nasrallah. Un patto in realtà sempre più traballante per via della crisi economica galoppante e per il cambiamento avvenuto alla Casa Bianca.
Nell’impasse attuale, a nulla è servita la pressione della Unione europea, in particolare del presidente francese Macron, per arrivare a un rapido termine della crisi politica, soprattutto dopo lo scandalo inenarrabile dell’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto scorso, che fece 207 morti, 6.000 feriti e 1600 abitazioni distrutte o gravemente danneggiate, con 300.000 senzatetto. Esplosione la cui dinamica non è stata mai chiarita − e mai lo sarà, facile profezia – con sospetti che ricadono sui vicini del Sud e dell’Est, così come sul malgoverno che aveva permesso che un deposito altamente pericoloso fosse situato a due passi dal centro della capitale.

Continua a leggere

Argomenti: Mappamondo
Tag: Libano Papa Francesco
Fonte: SIR