Nella casa per i carcerati: «Qui ritorniamo persone»
Nella casa per i carcerati: «Qui ritorniamo persone»

Condividi:

«La resurrezione? È qualcosa che si può sperimentare nella vita di ogni giorno. Io mi considero un risorto. Il male che ho compiuto mi ha sottomesso, il bene che ho incontrato mi ha fatto rinascere». Non usa mezzi termini Franco Di Nucci, per definire la sua vita travagliata e costellata di cadute, ma con la quale si è riconciliato. Nasce in una famiglia «modesta ma onesta », con i genitori costretti a grandi sacrifici per mantenere i tre figli. «Io sono venuto al mondo per sbaglio, undici mesi dopo mia sorella, con un fratello disabile di cui mi vergognavo. Desideravo che morisse, e lui è morto davvero, a 13 anni. Volevo crescere in fretta per dimostrare che sarei stato il migliore, per farlo ho cercato strade dal guadagno facile, sempre alleato con i più forti, e ho avuto successo con i bar e i videopoker».

Si sposa, nascono due figli che «erano lo strumento per colmare i miei vuoti affettivi», quando diventano grandi e prendono la loro strada il matrimonio va in crisi. Dopo la separazione Franco viene inghiottito in un vortice di scelte sbagliate, dall’uso di sostanze al commercio di armi e auto di grossa cilindrata con l’Albania, fino al giorno in cui – durante l’ennesima consegna di “merce” – si trova davanti a un lenzuolo bianco che copre il cadavere di un tabaccaio a cui avevano sparato.

Continua a leggere

Argomenti: Storie
Tag: carcere Comunità Papa Giovanni XXIII detenuti
Fonte: Avvenire